quando apro gli occhi mi si aprono le vene

e sento che l'Io per me è poco – qualcuno da me si sprigiona ostinato ~ Vladimir Majakovskij

assenza (#13)

nella finestra spiragli
primaverili e lampi di rondine
a colpi di coda
fanno blu il vecchio palazzo
di stanchezza

gli stipiti marciano fracassati
sulle note dell’orchestra di tende
che s’incanta sull’angolo umido
fra baci di polvere oggi

quadri dagli occhi rossi
si sgranano incontrollabili
al vorticoso tempo di latta
degli orologi furibondi

non c’è silenzio
- non è rimasto nemmeno un istante
per sbarrare le porte di ossa
e bussando ai fianchi del letto
implorare un abbraccio di sonno

la lampada il viso nasconde
fra le pallide guance di un libro
- si chiudono palpebre e labbra

scende la notte a rivoli
sulla fronte dell’armadio accostato
e nell’angolo s’accuccia sudato
gemendo fra polvere l’oggi

sui grandi tappeti di malinconia
si rotola inconsolabile
la tua assenza

dieci tortore (#12)

lampi e colore rovesciano
su tegole rotte dell’alto palazzo
ruggine insanguina il muretto
che scavalcano merli azzoppati

dieci tortore muoiono sotto al ponte
bagnate dal tiepido sbavante rigagnolo
un sudario di croste è il corteo
funebre della vecchia venditrice di stracci

appoggiato alla nube più bassa
sta un lurido essere stato
che si getta con artigli d’infanzia
sulle orbite della folla che passa

tra le sue braccia il cuore guaisce
afferrato da costole aguzze
e lacrime sul petto trapassano
polmoni traboccanti d’angoscia

dieci tortore vengono e vanno
tubando arrochite d’inverno
s’aggrappano alle spalle incassate
lasciando ruvidi segni di sangue

lampi e urla si abbattono
sulla gola rotta del pazzo
rogna insanguina il mento
che s’alza azzoppando il singhiozzo

che questo cielo s’abbassi
e venga sconfitto a me incontro..

un pallido tuono ricopre
l’incavo che fa ombra del collo
il ghigno è un vuoto rimuginare
un morbido ratto incespica fra i capelli

quando svegliano a notte (anime ardenti) (#11)

quando svegliano a notte
le stelle, il torbido lacrimare
dal cielo di polline aguzzo

e morbida nelle mani
s’accoccola l’eco stravolta

quando passano, come languenti
quei cori gelidi al cuore
che ricordano ad ogni sospiro
l’orrore del “così non è stato”

e niente è mai arrivato
a bastare a tacere..

allora – ma per sopravvivere
le anime ardenti trascorrono
la primavera che i pini mutava
e i suoni che il vento portava
alla grande finestra di casa

l’alto ciliegio che rifioriva
e la palpebra che luce filtrava
la terra che roca batteva
le screpolate rughe nel corpo
e ogni bel ramo contorto
i riflessi nell’occhio di un volto

perchè nulla, nulla di questo
può essere tolto

allora – per sfuggire alla morte
si piange – di gioia e più forte
fra piccole dita si stringe
la promessa di alterità

farfalle (#10)

squarcia la crisalide
bruciore grande d’ali
e polvere di battiti
trasforma

potere al sole
un solo giorno
vivere

crolleranno, le mura che avevo (#9)

crolleranno, le mura che avevo
erette a colpi di dita
e le madri, ogni madre
avrà motivo di pianto:

partirò – del cielo a cercare
gli slabbri più ampi..

Lì nascono i fiori
e deboli alberi ballano.
Non c’è musica, ma grandi sospiri
della terra che gode soltanto.

Nei torrenti di baci di sole
bagnerò questa piccola fronte
imbevuta di viola di sangue;

tamponando il mio pianto respiro
le palpebre sole saranno
- l’azzurro..!

Sarà bello vederti lì muto
con quell’occhio che ho tanto frugato
a dirmi senza affatto parole
“Sai, ti ho tanto aspettato..”

spariranno tutti i cappotti
e il tuo e il mio corpo saranno
due rami diversi, un unico tronco

Sì, partirò. Sarà un giorno di vento
e la mia barca a vela – camicia
andrà più veloce del tempo
di ogni maceria di primavera

perchè così nascono i fiori
dove crollano tutte le mura
e ogni madre, le madri
li bagnano, piangono tanto

buio cartapesta (#8)

marzo 2013

buio cartapesta.
sagoma di un tamburo
il cuore che spegne.
fuori forse qualcosa
dentro non interessa.

lampi-isteria di cicale
rievoca cieli che aprendo
sparivano. coperte di ciglia.
feritoie-braccia. un nonnulla..
dal chiavistello pende l’angoscia
chiave a clessidre d’assenza.

aperto, chiuso. non si vede nulla.
qui non passa nessuno.
attimi – forse qualcosa
oggi non interessa.

notti congelano. la sciarpa
è bucata e per la gola
non c’è filo che tenga.
lacrima coltello alla gola.
sul crinale fra ombre
del collo – la gola!..
ma qui non respira nessuno.
un tempo forse
che non interessa a nessuno.

vengono, vanno.
fanno quello che devono:
ricordano.
l’inquietudine più grande
negli occhi
- i loro -
riflessi e suono di sangue

da una lettera su diverse modalità d’espressione

Milano, 2 Marzo 2013, a un amico musicista

[...] è troppo tempo che non prendo in mano la penna e chissà quante parole inutili ho risparmiato e quanti dolorini mi sono macerata dentro a non esprimerli. Va sempre così con i miei divincolii: se faccio musica, ecco che non posso scrivere – se scrivo, non riesco a far musica.
Con quest’ultima è più semplice, è  attraverso le parole degli altri e anche quando sono io a scriverle sono note, è un altro alfabeto. Ciò che si rischia è di non capirlo, sillabarlo male, non riuscire a parlare attraverso quei segni. [...]

Quando invece sento quel bisogno doloroso e fisico di parole sono impegnata tutto il tempo a cercare, sondare profondità con le antenne molli e pallide delle mie dita, ripescare antichi relitti per poi spolverarli e metterli in bella mostra su qualche scaffale dell’anima, così che guardando possa dirmi :”Ma guarda te.. che ricordi. Eppure ora che significato può avere? Ho già dimenticato? E queste cicatrici che tirano quando si fa umido?”. E’ molto, molto faticoso; quando torno su ho gli occhi a pezzi – per non parlare di quando mi dimentico qualcosa là sotto! Allora che divento intrattabile, perchè non ci sono più. O meglio, ci sono – col corpo io non scherzo, mai – ma non sono..

A volte sono convinta che mentre vivo sono in mille a vivere e c’è un baccano immenso in questa stanza di vertebre dove si riuniscono tutti; di volta in volta uno si alza infuriato e ruggisce “Adesso basta! Parlo io” ma è difficile che qualcuno gli dia retta.
Il più delle volte si stiracchiano e girandosi tutti verso le finestre fingono di avere qualcosa di molto importante a cui pensare – io lo posso proprio assicurare, non pensano a niente.

E poi c’è questa storia degli occhi che mi si sbriciolano: è assurdo, più guardo dentro a quelle voragini più mi cala la vista. Come se fossero davvero troppo distanti quelle lontananze e a furia di serrare le palpebre mi si frantumassero le iridi.
Sapessi che pioggia blu di calcinacci.. Allora mi tocca indossare lenti sempre più spesse e pesanti che il più delle volte, con la loro artificiosità, non fanno che peggiorare la situazione: a che scopo definire i contorni delle cose se poi incombe tutto quel mal di testa? Come se non bastasse, quegli occhiali mi scivolano sempre giù dal naso – non sai come diventa difficile e brutto scrivere quando ogni due parole ecco che devo ricacciarli al loro posto. [...]

Quando suono invece gli occhi non servono: le cose le cerchi con le dita, coi muscoli, le orecchie mobili: non c’è niente che voglia nascondersi, anzi, è tutta una gara a venire fuori, come delfini quando incrociano la giusta scia di nave.

Fare musica per me è seguire le tracce verso un posto equilibrato, un bel posto – che non vuol dire felice, o triste, o qualcosa, semplicemente un luogo dove è tutto al posto giusto, dall’inizio alla fine. Ogni tensione, ogni cambio di posizione in musica è sempre per far vedere da diverse angolazioni quel luogo terso e distinto dove i musicisti vanno a sognare nelle notti bianche.
Loro sì che sono persone piacevoli con cui stare in compagnia in una stanza anche di modeste dimensioni – perchè non c’è niente che amino di più dell’ascoltare.
Su quelle lontananze dall’aspetto minaccioso fanno i funamboli, tra fili di accordi; quando stonano devi immaginare che uno di loro abbia fatto lo scherzo a quello che veniva prima e gli abbia tirato via da sotto ai piedi un piolo–alterazione: poi ci ridono sopra, ma lì per lì è un momento bruttissimo. E’ il buco nel cielo di Oreste di cui parlava Pirandello, il sassolino nell’insalata fresca, l’impronta canina sul marciapiede asfaltato di recente: ci sarà sempre, è già capitato e ricapiterà sicuramente ancora, ma uno non se lo aspetta mai e tutto sommato vorrebbe non sentirsi mai cadere laggiù, anche se ce l’ha sempre proprio sotto al naso. [..]

La musica in me ha sempre avuto l’effetto di riportarmi dolcemente a una dimensione vivibile della realtà, allo scambio, alla  convivenza fra le cose, alla simbiosi col dolore, alla volubilità del tempo che scandisce fraseggio e respiro.

Quando parlo attraverso la musica so che mi comprenderò e sarò compresa – certo, devo parlare bene, ma se così non fosse non farei musica, suonerei e basta. E non ci deve essere per forza qualcuno ad ascoltare, basta solo quel sentimento di espressione libera e completa; e poi, fintanto che ci saranno orecchie, si potrà sempre sentire. [...]

cecità (#7)

nell’atrio fra resti
due ciechi si toccano

in alto brilla l’intonaco
vertigine lattea allo sguardo

sui corpi batte la pioggia
come denti di figli tremanti

nessuno osa guardare.

con le mani la pelle
due ciechi tormentano
e domandano assurdi
di essere senza.

in alto brilla l’intonaco
e un buco nel cielo di cartapesta

dopo, un lampo – inaudito.

incredulo cerca uno solo
e nel niente si muove un lamento.

nell’atrio di resti
rimane un cieco
e singhiozza.

sulle costole picchiano lacrime
come denti di amanti impauriti.

che nessuno osi guardare.

inutile (#6)

azzurra sarebbe questa mia casa
se non ci piovesse sempre dell’erica

da ovunque s’inerpica voce
che io non sono mai stata

se solo potessi muovermi
aprirei tutte le finestre
e cacciata la testa fuori urlerei:
Gente!
quando smetterete di credere al diavolo?!”

poi uscirei disfatta
dopo aver sbattuto tutte le imposte
e strappato ogni lacrima-manifesto
se solo potessi muovermi

gli alberi bruciano (#5)

gli alberi bruciano.
sotto questa tempesta
di fumo-tosse
buchi e schizzi di sangue.
gli alberi bruciano.
s’affatica il ginepro
a spandere il suo ultimo fiore
insignificante.
dietro, a distanza
- quasi non volesse
evocare la propria esistenza -
il Ricordo. Una vecchia
passa, cantando al bambino
faccia accartocciata
vivida e rovente.

Sparisce qualche colore
nell’indifferenza. che vuoi che sia
se quel corvo non ha più l’ala
fra fuliggine e cenere affondata.
che vuoi che sia se le foglie -
quelle del tuo ciglio -
sbiadiranno gonfie di marciume.

una nuvola stanca
passa. marca la sua esistenza
nel cielo-peste umido.
questa terra
è l’ultimo bubbone di Dio
nascosto allo sguardo,
nell’incavo del braccio piegato.

noi passiamo cantando
ma non voliamo più.
un colpo di tosse.
gli alberi che bruciano.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 420 follower